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Il Grande Milan: Capitan Baresi

Chiamarlo Franchino suona strano, perchè in campo era così rispettato e temuto da compagni e avversari che quel diminutivo, almeno un po', stona. Quello che per tutti era Franco, il Piscinin, Kaiser Franz, o semplicemente "il capitano", per la sua mamma, che lo mette al mondo l'8 Maggio 1960, e per l'anagrafe, era Franchino.





Nasce e cresce a Travagliato, in provincia di Brescia, dove viene notato mentre gioca a calcio all'oratorio. Su consiglio del fratello Beppe, a 15 anni fa un provino con l'Inter, che però lo scarta considerandolo inadatto a livello fisico. A quel punto è Italo Galbiati a spingerlo a provare dall'altra parte del naviglio. Fa tre provini per il Milan che alla fine, con la spinta di Guido Settembrino (suo allenatore ai tempi del Travagliato Calcio) lo prende.



GLI ANNI '70 E GIANNI RIVERA

Non ci impiega nemmeno due anni, Franchino, a raggiungere la prima squadra. Nell'Aprile del 78 esordisce in campionato contro il Verona, ma sulle prime la sua permanenza in prima squadra è minacciata dalle perplessità di Albertosi e Capello, che lo ritengono ancora immaturo per il salto. Non la pensa così Liedholm, che l'anno successivo sacrifica Turone al centro della difesa per consegnarne le chiavi al Piscinin (come lo chiamava il massaggiatore rossonero dell'epoca, Paolo Mariconti). Grinta, carattere, un'intelligenza tattica straordinaria ed una tecnica sopraffina, fanno sì che il ragazzo si imponga subito, conquistando le attenzioni di Rivera, che di lui farà il proprio erede carismatico.

Questo ragazzo farà molta strada. (Gianni Rivera)





IL PRIMO SCUDETTO, LA RETROCESSIONE E LA MALATTIA

Nel 78-79 vince lo scudetto della stella e al contempo si guadagna la stima dello spogliatoio, che nel giro di pochi anni gli varrà la nomina a capitano e successore designato di Gianni Rivera al ruolo di bandiera presente e futura della società. Con lo scandalo calcio-scommesse che condanna il Milan alla retrocessione in serie B, Franco dimostra il proprio attaccamento alla maglia, rifiutando le ricche offerte dei maggiori club del mondo, che lo vorrebbero al centro delle loro difese. La squadra risale prontamente in serie A, ma nell'81-82, a 21 anni di età, Baresi contrae una malattia del sangue che lo terrà fermo 4 mesi, nei quali la squadra sbanderà al punto di retrocedere una seconda volta.



LA COPPA DEL MONDO, IL RITORNO IN A E LA FASCIA DI CAPITANO

Nonostante la retrocessione in B, Franco è già considerato uno dei difensori italiani più forti. Pur non scendendo in campo, a 22 anni appena compiuti, partecipa alla spedizione spagnola della nazionale, tornando a casa con la coppa del mondo. L'anno successivo riporta il Milan in A con la fascia di capitano al braccio. Appena tornato nel massimo campionato, rifiuta ancora una volta il corteggiamento dell'Inter e della Sampdoria di Mantovani, che tenterà diverse volte di portarlo via da Milanello. Il centro sportivo in quegli anni vive la sua epoca più buia. La società è in crisi. La nuova presidenza Farina fa del campo d'allenamento una gigantesca osteria, con juke box e distributori di bevande nei corridoi. Nel ristorante si celebrano persino le feste di matrimonio, con i giocatori costretti ad allenarsi in un clima totalmente surreale.



L'ARRIVO DI BERLUSCONI

Col Milan sulla soglia del tribunale ed il fallimento alle porte, Silvio Berlusconi fa la sua entrata in campo. Rileva la società e ne fa il proprio gioiello più prezioso e più bello. 



Sacchi cambia il Milan ed il calcio in generale. Costruisce sull'asse Baresi - Ancelotti - Gullit una squadra tatticamente perfetta e tecnicamente superba. 




Ti imponeva il divertimento di fare pressing, il divertimento di rubare la palla all’avversario. Tutte cose che dovevano esaltarci, non avvilirci.




Arrigo obbligherà Baresi a guardarsi e riguardarsi filmati di Signorini, difensore del Parma, squadra da cui l'allenatore proveniva, affinchè ne imparasse a memoria i movimenti. Franco non la prenderà benissimo, sulle prime, ma superati gli screzi col mister, ascenderà di un altro passo verso la perfezione tecnica, tattica e stilistica che ne contraddistingueranno la fase della carriera in cui guiderà il Milan a vincere 6 Scudetti, 3 Coppe dei Campioni, 4 Supercoppe Italiane, 3 Supercoppe Uefa e 2 Coppe Intercontinentali,

Diceva di lui Gianni Brera: 




Baresi II è dotato di uno stile unico, prepotente, imperioso, talora spietato. Si getta sul pallone come una belva: e se per un caso dannato non lo coglie, salvi il buon Dio chi ne è in possesso! Esce dopo un anticipo atteggiandosi a mosse di virile bellezza gladiatoria. Stacca bene, comanda meglio in regia: avanza in una sequenza di falcate non meno piacenti che energiche: avesse anche la legnata del gol, sarebbe il massimo mai visto sulla terra con il brasiliano Mauro, battitore libero del Santos e della nazionale brasiliana 1962




DA SACCHI A CAPELLO

"Il Milan è logoro, la giostra si è rotta, è la fine di un ciclo" è quanto si dice quando, in rotta con l'ambiente per i suoi allenamenti troppo duri e per il pressing asfissiante che pretende, Sacchi lascia il Milan per andare ad allenare la Nazionale. Nulla di più sbagliato. Capello riprende il discorso da dove Arrigo lo aveva interrotto: vincere, vincere, vincere. Curioso pensare che Capello era lo stesso che sul finire degli anni '70 aveva giudicato Baresi, suo compagno di squadra, non ancora maturo per essere titolare al centro della difesa.




Non siete vecchi e finiti




Il ciclo Capello per il Milan significa 4 scudetti in 5 anni, oltre ad una Champions League. Quando però, proprio in Champions, i rossoneri vincono 10 partite di fila per poi perdere, colpevoli di superbia, la finale di Monaco col Marsiglia, ecco la stampa tornare a issare la bandiera della "fine degli invincibili". Peccato che quella fu solo la prima di tre finali consecutive, di cui una vinta, quella dell'anno successivo col Barcellona, e un'altra persa, l'anno dopo ancora, contro l'Ajax. Franco è capitano indomito in tutte quelle occasioni, nel bene come nel male, nella vittoria e nella sconfitta.

Alberto Costa scrive:




Franco Baresi è libero in possesso non soltanto di una superiore visione della regia arretrata ma pure di una tecnica eccelsa, peraltro mescolata alla durezza dei tackles e alla straordinaria velocità nei recuperi




LA NAZIONALE DEL 1994

Capitano azzurro, oltre che rossonero, Baresi parte per la sfortunata spedizione di USA 94 dove, durante la partita dei gironi contro la Norvegia, si infortuna al menisco. "Mondiale finito" si pensa quando, pochi giorni dopo, viene operato. "Nemmeno per sogno" è la frase che si stampa nella mente di Kaiser Franz, che intende sollevare da protagonista la sua seconda Coppa del Mondo. Il capitano si rimette per la finale col Brasile, che disputa da titolare, blindando la difesa al cospetto del micidiale attacco verde-oro. Sarà, purtroppo, la lotteria dei rigori a condannare la squadra azzurra alla sconfitta. Baresi, con Massaro e Baggio, sarà protagonista dei rigori calciati fuori. Iconica l'immagine del guerriero sconfitto che si scioglie in un pianto disperato, consolato ora da Pagliuca, ora da Sacchi stesso. 



GLI ULTIMI ANNI, L'ULTIMO TRIONFO

E' un fisico straordinario, quello di Baresi, che anche negli ultimi anni di carriera gli garantisce standard atletici di primissimo livello. Vince, ancora, una scudetto, nel 95-96, anno in cui Capello si congeda dal Milan per andare, come aveva fatto Sacchi prima di lui, a Madrid, sponda Real. Il 23 giugno 1997 però, da poco compiuti i 37 anni, Franco smette, si ritira. Chiude la carriera prima che chiunque ne noti il declino. Si ritira da calciatore integro, ancora capace di fare la differenza, così che il suo nome diventi leggenda senza che il declino fisico ne intacchi il finale.



Se ne va, il capitano, e con sè porta il numero col quale ha combattuto e vinto tante battaglie: il Milan ritira la maglia numero 6, numero che tutt'ora campeggia sulla più grossa delle bandiere che sventolano in curva tutte le volte che il diavolo scende in campo.



E come Rivera elesse lui a suo successore, lasciando il Milan nelle mani di chi ne sarebbe stato il simbolo per oltre 20 anni, lui potè fare lo stesso con un altro che il rossonero lo aveva - e lo ha - nelle vene. Un altro la cui maglia nessuno vestirà mai più: Paolo Maldini. Capitan Paolo Maldini.



 


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