Loading...

News

Il Milan è morto. Lunga vita al Milan.

Siamo creature abitudinarie. Consideriamo giusto ciò che abbiamo sempre visto accadere solo per il fatto che sia così da quando abbiamo memoria. Il Milan vince. Sempre. Ed è giusto così. E’ la consapevolezza con cui ci eravamo abituati, felicemente, a convivere.



È finita, quei tempi sono finiti, e con essi si appresta a tramontare il sole sulla lunga giornata del Milan di Berlusconi, intensa e romantica epopea trentennale della squadra che, ereditiera di un passato glorioso, ha rivoluzionato il mondo del calcio.



Non è il cuore rossonero a dettare queste righe, ma la mente appassionata di calcio ed avida di bellezza che per tre decenni si è nutrita dello spettacolo offerto ora dal ciclo di Sacchi, ora da quello di Capello e per finire da quello di Ancelotti, intervallati qua e là da qualche pausa riflessiva e qualche exploit più o meno inaspettato come quelli di Zaccheroni e Allegri.



In trent’anni di cose ne sono successe e il calcio è cambiato in maniera radicale. L’elicottero che da Arcore scese su Milanello fu la scintilla che diede inizio all’epoca del calcio contemporaneo, fatto di enormi investimenti a creare uno show business mai così grande e luccicante prima di allora. In tutto questo tempo però il Milan è rimasto, primo tra le regine del calcio europeo e mondiale, un marchio unico ed esclusivo, contraddistinto da caratteri che sono andati a formarne un DNA immediatamente riconoscibile da chiunque nel mondo abbia mai visto un pallone di cuoio rotolare su un prato.



Quali sono gli elementi costitutivi di questo DNA? Cos’è il Milan, a prescindere da chi ne veste la maglia, da chi ne fa le formazioni e da chi stacca gli assegni?



Il Milan è bellezza. E’ il minimo comun denominatore dei tre grandi cicli del Milan di Berlusconi. Non il Napoli di Maradona, non la Juve di Lippi né l’Inter di Mourinho. Se dici spettacolo, se dici armonia di gioco, se dici bel gioco, dici Milan. Ad eccezion fatta dello scudetto di Zaccheroni, forse il più roccambolesco e inatteso di tutta la nostra storia recente, quando ha vinto il Milan lo ha fatto imponendo uno stile di gioco dominante, mettendo in campo un undici padrone del gioco e del campo prima che del risultato. La trazione anteriore garantita dal fatto di schierare sempre i migliori attaccanti e centrocampisti del mondo (da Van Basten a Shevchenko, da Rijkaard a Kakà passando per gente come Desailly, Savicevic, Rui Costa, Seedorf e Pirlo) è sempre stata resa possibile da un reparto arretrato forse anche migliore, puntellato negli anni da veri e propri fuoriclasse senza pari tra i loro contemporanei (da Franco, il capitano, Baresi, a Sandro Nesta passando per un simbolo senza età come Paolo Maldini). Collettivi che uniti erano ancora più forti della somma di singoli già da soli straordinari.



Il Milan è amore romantico. Dei grandi fuoriclasse che sono sbarcati a Milanello, nessuno se n’è andato senza portare con se un pezzo di rossonero nel cuore. Persino Zlatan Ibrahimovic, simbolo del calciatore con la valigia in mano, passato, prima di vestire rossonero, sull’altra sponda del naviglio oltre che dalla Torino bianconera, ad oggi riconosce nell’A.C. Milan la società più grande in cui abbia mai giocato e quella in cui avrebbe voluto terminare la carriera (ma questa è un’altra storia). Per un calciatore venire al Milan ha per lungo tempo rappresentato un punto di arrivo, il completamento del percorso di un’intera carriera, la casa accogliente a lungo inseguita e difficile da abbandonare. Al di fuori di ogni retorica, giocare al Milan era una questione di cuore, prima che semplicemente tecnica e professionale.



Il Milan è il concetto stesso di vittoria applicata al calcio. Dal 1986 al 2017 vince cinque edizioni della Coppa Campioni/Champions League (solo Real Madrid e Barcellona ne vincono altrettante) otto campionati nazionali (secondo solo alla Juventus, che ne totalizza dieci) più svariate Supercoppe Europee, Mondiali per club, Supercoppe di Lega e via dicendo. Se tifi Milan ti abitui a sollevare un trofeo con una frequenza che, almeno in Italia, non ha paragoni.



Il Milan è una famiglia. A fare la differenza tra il vincere le competizioni e non semplicemente parteciparvi, non è stato solo il mettere sempre in campo undici campioni. Lo scarto avviene nel momento in cui sul rettangolo di gioco mandi undici uomini coesi, affiatati ed innamorati dell’ambiente, della squadra e dei colori per cui giocano e combattono. Giocatori che in altri ambienti hanno mostrato difficoltà caratteriali e comportamentali spesso, negli anni, hanno trovato nella cura “Milanello” la panacea delle proprie intemperanze o insicurezze.



Il Milan è tutto questo e molto altro. E’ chiaro ed evidente come tanti di questi punti siano sbiaditi nel caos tecnico e societario delle ultime stagioni. Ma questo non sfiora in alcun modo lo spirito di una squadra, di un team, di un’idea come quella dietro A.C. Milan, focolare caldo e accogliente intorno al quale un intero popolo di tifosi si riunisce ogni anno, ogni settimana ed ogni weekend con lo stesso affetto, anche quando lo fa per protestare.



Il nuovo Milan, quello di Fassone, di Mirabelli ma, soprattutto di Rossoneri Lux deve ripartire da qui. A.C. Milan non è né Manchester City né Paris Saint Germain, squadre fatte grandi dal capitale straniero e dal fatto di rappresentare grandi metropoli, ma senza una storia nobile alle spalle. A.C. Milan è molto, molto di più. Non solo da un punto di vista sportivo e romantico, ma anche per una questione di immagine e potenziale commerciale. Non è una squadra fatta per essere “una tra le tante”, non siamo i Bulls ante e post Michael Jordan, siamo la squadra di Kilpin, di Pietro Pirelli, del Gre-No-Li, di Cesare Maldini, di Gianni Rivera, di Franco Baresi, del trio olandese, di Paolo Maldini e di mille altre icone della storia del calcio. Dimenticare questo, sottovalutarlo, significa rendere il passato soltanto passato, riducendo la squadra ai mediocri risultati degli ultimi cinque anni, nemmeno degni di essere iscritti nel suo glorioso curriculum.



Perciò diamo un benvenuto al nuovo, un benvenuto al moderno (come nuovo e moderno era l’approccio di Berlusconi nel 1986) a patto che non ci si dimentichi cosa essere milanisti significava, significa e deve continuare a significare.



Buongiorno nuovo Milan.



 



Se ti è piaciuto questo articolo, se ti riconosci nella nostra visione del Milan e vuoi vivere la tua squadra da vicino, seguici sulla nostra pagina Facebook (CLICCA QUI per accedervi)


APAMilanAC

Associazione piccoli azionisti
della A.C. Milan S.p.A.
Cod. Fiscale: 97726290154

Corso di Porta Vittoria, 9
Milano

Email: info@apamilanac.it